Il Territorio

Il Vesuvio

L’origine indoeuropea del nome Vesuvio è da ricercare nelle radici “aues” (illuminare) o “eus” (bruciare), legandosi alla sua identità vulcanica. L’arco vulcanico campano, che da Roccamonfina, attraversa i Campi Flegrei e Ischia, arrivando fino al Vesuvio, fa parte di un gruppo di vulcani, comprendente anche gl’insulari Etna, Vulcano, Stromboli e il sommerso Marsili, formatisi su una zona di subduzione creata dalla convergenza delle placche africana ed euroasiatica. Strutturalmente il Vesuvio è un tipico vulcano a recinto, il cui cono esterno (Somma) si è formato in epoca precedente rispetto al cono interno. Posta ad una quota di 1132 m. s.l.m., la Punta Nasone (parte del complesso del Somma) è la vetta più alta dell’antico cono. La ricostruzione ipotetica delle parti erose, dalla plurimillenaria attività vulcanica del Vesuvio, restituirebbe un edificio vulcanico dell’altezza di circa 2500 m. s.l.m. Le prime attestazioni scritte del vulcano partenopeo, risalgono a Strabone e Plinio il Giovane. Al 19 d.C. risale la descrizione, come vulcano spento, fatta dal geografo Strabone. Plinio il Giovane, il quale assistette all’eruzione del 79 d.C. da Capo Miseno, trasmise particolari della stessa dopo averli appresi dai superstiti della spedizione di salvataggio indetta dallo zio, Plinio il Vecchio, a favore delle popolazioni colpite dall’eruzione. Proprio a cavallo tra il 106 e il 107, Plinio il Giovane, ebbe modo di raccontare quegli eventi, con un forte accento sul fenomeno eruttivo, in due lettere destinate a Tacito, scritti che divennero le più antiche testimonianze vulcanologiche nella storia dell’umanità. Proprio tra le abitazioni di Pompei, si conservano numerosi affreschi che descrivono iconograficamente il Vesuvio. Il più famoso, con ogni probabilità, resta quello della “Casa del Centenario”. Un affresco in cui è raffigurato il Vesuvio ricoperto da una folta vegetazione di vigneti, a testimonianza del fatto che, la percezione degli antichi fosse quella di trovarsi al cospetto di un vulcano spento o quiescente da parecchi secoli. All’epoca, precedente al 79 d.C. il vulcano era ancora raffigurato con un’unica cima. Un territorio dunque, caratterizzato dalla presenza di questo vulcano, che ha rappresentato, nel bene e nel male, un elemento fortemente condizionante il normale svolgimento delle attività antropiche, fino ai giorni nostri. Un vulcano, l’unico ancora attivo in Europa Continentale, la cui reiterata attività ha reso i suoli particolarmente interessanti per le pratiche agricole.

Pompei

All’alba del IX secolo a.C., un diverticolo che vira verso il mare, dipanandosi dalla direttrice N/S che dalla zona di Nola converge verso l’area dell’attuale Nocera, porta una popolazione di origine italica, gli Opici, anche se in forma non stanziale, ad occupare il promontorio costiero che diverrà sede del tempio di Venere. Nasce così la storia dell’antica Pompei. Già a partire, dall’VIII secolo a.C., l’arrivo dei Greci a Pithecusa porta all’occupazione da parte di questi ultimi, dell’intero areale del golfo, e anche al controllo – seppur non militare – dell’area del porto di Pompei, nella zona del suburbio di Porta Marina. La pratica della vitivinicoltura era parte dell’universo greco da quando quindici secoli prima di Cristo, fu introdotta in ambiente balcanico da popolazioni di origine semita. Le tecniche colturali prevedevano spesso la surmaturazione delle uve, mentre i vini - raramente bevuti allo stato puro – venivano diluiti e serviti durante i simposi. I greci intuirono l’importanza di salare i vini per una migliore conservazione – pratica per altro utilizzata anche in Francia per molti secoli – e diffusero l’utilizzo delle anfore e dei dolia per i processi di vinificazione, affinamento e trasporto dei liquidi. Il rapporto, più o meno pacifico con le genti italiche porta anche a soluzioni colturali come la vite maritata e l’alberello. Nell’89 a.C. la citta diventa prima municipio romano e successivamente, nell’80 a.C., colonia. L’epopea romana che raggiunge il suo apogeo tra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C. vede i vini campani diventare i più importanti e rinomati nel mondo antico. I vini del Vesuvio erano esportati praticamente in tutti i grandi centri del Mediterraneo antico. La chora pompeiana era costellata di winery ante litteram, villae rusticae per la produzione di vino e olio, ville tra le quali Villa Regina a Boscoreale, la cui produzione arrivava alla considerevole cifra di 30.000 litri di vino l’anno. Un edificio che ospitava anche una cella vinaria con 18 dolia, delimitato da un portico nel quale, durante lo scavo, fu ritrovato un plaustrum, ossia un carro da trasporto. Intorno al cortile si aprono diversi ambienti: un torcularium che ospitava il torchio di cui oggi rimane il calco, una vasca per la premitura dell'uva e un contenitore dove raccogliere il mosto. Intorno alla villa, come dimostrato dai calchi di radice, si dipanava un vigneto da cui arrivava la materia prima per i vini. La storia di Pompei e con essa la vitivinicoltura antica dell’area, si conclude, per certi versi si cristallizza, con l’eruzione del 79 d.C.

Nella Storia


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