Linea Vesuvio

La denominazione Lacryma Christi si lega alla leggenda secondo cui, Lucifero, l’angelo “caduto”, sottrasse un pezzo del paradiso, prima di sprofondare nelle viscere degl’inferi, e dalla voragine che creò sorse il Vesuvio. Si dice che, Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il quell’angolo di paradiso rubato, pianse copiosamente e dalle sue lacrime nacquero i vigneti di questo vino. La storia del Lacryma Christi è segue le vicende della viticoltura vesuviana e in particolare dei territori di Terzigno e Boscoreale. Narra le vicende degli eredi dei vignaioli pompeiani, ovvero gli ordini religiosi e la famiglia Medici. Vigneti che rappresentavano un ampio dominio, che alla metà del ‘700, Giuseppe III Medici divise tra vari proprietari. Giuseppe IV Medici riuscì poi ad unificare metodi di coltivazione e tecniche di produzione: grazie a lui l’intero territorio produceva, la Lacryma “fina”, nato dal connubio delle numerose uve autoctone (prefillosseriche) del Vesuvio: Aglianico, Pignola, Olivella (Sciascinoso), Dolciolella, Capotuosto, Palombina (Piedirosso) e Priore. Il figlio di Giuseppe IV, Michele, e il nipote Giuseppe V, con cui, di fatto, si estinse il ramo maschile della famiglia, trascurarono la produzione vitivinicola. Ancora nel 1887, all’ Esposizione di Amsterdam e di Rotterdam la quotazione del Lacryma Christi rosso, era la più alta, 1,75 fiorini a bottiglia, a fronte degli 1, 50 a bottiglia dei Barolo dei fratelli Gancia di Canelli e il Chianti di Claris Appiani. La fama del Lacryma Christi cominciò il suo declino durante la belle époque. Il gusto dei consumatori virò verso l’eleganza dei vini francesi, a scapito di vini dai connotati robusti e rustici come il Lacryma. Nel 1940 Mario Soldati scrisse che il rosso di Terzigno era un vino “piccolissimo”. Solo a partire dagli anni 2000 la denominazione ha iniziato a rinverdire i suoi antichi fasti. La linea Vesuvio di bosco de’ Medici, è un tributo all’antica tradizione dei vini vesuviani e del Lacryma Christi. I nostri Lavaflava e Lavarubra riprendono la tradizione dell’assemblaggio di uve autoctone, per restituire nel calice l’identità storica della vitivinicoltura vesuviana.

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